In sole sei mosse, secondo una formula ormai consolidata, il concorso di Müller rilancia le coordinate del cinema postmoderno. Registi cult, oltre ogni genere e marca d’autore (Tsukamoto, Solondz, Romero, Moore); nuove generazioni (Akin, Maher, Hausner, Maoz); contaminazioni dal mondo dell’arte, del videoclip e della moda (Dormael, Hillcoat, Ford, Neshat); sconfinamenti verso cinematografie lontane e poco esplorate (lo Sri Lanka di Jayasundara, la nuova Hong Kong di Yonfan e Cheang), vecchi e nuovi maestri (Rivette, Chereau, Denis, Herzog), il cinema italiano più coraggioso e visionario (Placido, Comencini, Capotondi, Tornatore).
1. Registi cult
Indipendenti ed intrepidi, i registi “di culto” in concorso hanno conquistato negli anni un loro pubblico, per lo più giovane ed intransigente, proponendo un cinema che forse un giorno diremo già classico. Shinja Tsukamoto, autore vent’anni or sono del celebre Tetsuo The Iron Man, film manifesto della postmodernità, gareggia con il terzo capitolo della saga Tetsuo The Bullet Man, ancora uno sguardo profondo nel giappone dai muscoli d’acciaio. L’occhialuto, caustico Todd Solondz, entra in gara con Life During Wartime, collage di esistenze marginali vicino per tematiche e struttura al sarcastico, agghiacciante Happiness, titolo che dieci anni fa gli diede, meritatamente, buona fama nei circuiti d’essai. Di George Romero, che dire? La personificazione più radicale di come il genere (horror) possa diventare cifra d’autore, con Survival of the Dead resuscita i suoi disperati e politicizzati zombie, seguitando la sua lotta solitaria per un cinema indipendente e libero, nel territorio minato del capitalismo americano. Lo stesso messo a nudo dal menestrello Micheal Moore, documentarista sui generis, voce e testimonianza della controcultura americana: il suo Capitalism: a Love Story promette di andare alle radici della crisi economica attuale, fotografando il passaggio epocale dall’era Bush all’era Obama.
2. Nuove generazioni
Tra le nuove generazioni, sempre avvicinate con coraggio da Müller, spicca il turco-tedesco Faith Akin, Orso d’Oro per La sposa turca, alle prese con un’altra storia dell’Europa multiculturale con Soul Kitchen. Ancora di cultura islamica, l’egiziano Ahmed Maher, classe 1968, con il suo film d’esordio The Traveller racconta tre giorni cruciali nella vita di un uomo nell’Egitto degli ultimi cinquant’anni. L’israeliano esordiente Samuel Maoz, esponente di quella nouvelle vague israeliana che ha recentemente incendiato il festival di Locarno, concorre con Lebanon, interamente girato in un carro armato e ambientato durante la prima guerra del Libano, nel 1982. Radicato nella cultura cristiana invece il film Lourdes, dell’autriaca Jessica Hausner, curiosa storia della miracolosa guarigione di una donna paralitica, girato in occasione dei centocinquant’anni delle apparizioni…
3. Contaminazioni
Approdati al cinema dai mondi trasversali della moda, della pubblicità, del videoclip e dell’arte visiva, sono gli alfieri di un cinema ibrido, orgogliosamente meticcio: con Women Without Men, l’artista iraniana Shirin Neshat (Leone d’Oro alla Biennale Arte nel 1999) racconta la vita delle donne nell’Iran del 1953, sulla base di un romanzo messo al bando negli anni Novanta; lo stilista Tom Ford, qui al suo esordio cinematografico, segue da vicino la vita quotidiana di un insegnante gay nel suo A Single Man; l’australiano John Hillcoat, già attivo al fianco del cantautore Nick Cave, con The Road segue padre e figlio lungo il viaggio attraverso un mondo sconvolto da un apocalittico cataclisma; surreale anche il plot di Mr. Nobody, del belga Jaco van Dormael, racconto della vita di un uomo che si risveglia all’età dii 120 anni.
4. Vecchi e nuovi maestri
Vecchi e nuovi maestri si confrontano in un concorso che non perde di vista le coordinate di un cinema che vuol essere rigorosamente autoriale; il circo sentimentale di 36 vues du Pic Saint-Loup, del maestro della nouvelle vague Jacques Rivette, protagonista Sergio Castellitto; i conflitti etnici e di potere nel Camerun di Claire Denis (White Material); il cattivo tenente (rilettura del capolavoro di Abel Ferrara) dell’impavido Werner Herzog (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans); l’amore molesto di Patrice Chéreau (Persécution) con Charlotte Gainsbourg.
5. Padiglione Italia
Apertura nazionalista con Baarìa di Giuseppe Tornatore, alfiere di un cinema italiano d’autore, in grado di reggere il confronto con il mercato internazionale e di proporre un affresco storico suggestivo e ben connotato. Al cinema trasognato del regista siciliano, fa eco l’approccio realista ed intimista dell’opera di Francesca Comencini, in corsa per il Leone d’Oro con Spazio bianco, storia di una maternità solitaria e in bilico. Miracolosamente in equilibrio tra senso civico e impatto spettacolare, il cinema di Placido, dopo il notevole Romanzo Criminale e in attesa di un ambizioso thriller a capitale francese di prossima realizzazione, trova con Il grande sogno occasione di riflettere sul Sessantotto e contestualmente apre alle contestazioni recenti ai tagli al Fus. Non manca un esordiente al lungometraggio, Giuseppe Capotondi che dirige Filippo Timi ne La doppia ora.
6. Go East!
Il cosmopolitismo muelleriano, si sa, si spinge volentieri verso le cinematografie un tempo considerate marginali, in particolare verso est, alla ricerca di nuova linfa, nuove traiettorie distributive, nuovo pubblico. È il caso dello Sri Lanka per la prima volta rappresentato a Venezia con Between Two Worlds, di Vimukhti Jayasundara, storia di scontri di mondi nello Sri Lanka tradizionale. L’immancabile e ormai classica rappresentanza dell’estremo oriente sembra sbilanciarsi verso le nuove leve di Hong Kong: il coraggioso Yonfan di Prince of Tears, storia di amicizia e passione politica, e il talento iconoclasta di Cheang Soi (Accident).